Cassazione civile, Ordinanza16 gennaio 2024 n. 1709.

(…omissis…)

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

1. F.A.. ha proposto ricorso articolato in otto motivi avverso la sentenza n. 1875/2018 della Corte d’appello di Salerno, depositata il 6 dicembre 2018.

Gli intimati A.M., A.L. e A.V. non hanno svolto attività difensive.

2. La trattazione del ricorso è stata fissata in camera di consiglio, a norma degli artt. 375, comma 2, 4-quater, e 380 bis.1, c.p.c.

La ricorrente ha depositato memoria.

Va disattesa l’istanza formulata dalla ricorrente nella memoria depositata il 27 dicembre 2023 di rimessione della causa alle Sezioni Unite, “per l’evidente contrasto del principio enunciato dalla sentenza qui impugnata della Corte di Appello con la statuizione della sentenza a Sezioni Unite della Cassazione, n. 651 del 27 gennaio 1996”, essendo l’istanza irrituale ai sensi dell’art. 376, commi 2 e 3, c.p.c., né ricorrendo alcuna delle ipotesi di cui all’art. 374 c.p.c.

3. La Corte d’appello di Salerno, accogliendo l’appello proposto da A.M. avverso la sentenza del Tribunale di Salerno n. 3708/14 del 25 luglio 2014, ha rigettato la domanda avanzata da F..A.. volta ad ottenere il rimborso delle spese sostenute dall’attrice, in costanza di matrimonio con C.A.., per la costruzione realizzata successivamente al (Omissis) ed ultimata nel (Omissis), in assenza di concessione edilizia, su un terreno di proprietà esclusiva di C.A Tale costruzione consisteva in un piano seminterrato destinato a deposito, in un piano rialzato destinato ad abitazione ed in un piano sottotetto anch’esso destinato a deposito. La concessione edilizia in sanatoria era poi stata emessa in favore degli eredi di C.A., quali comproprietari dopo il decesso di quest’ultimo avvenuto in data (Omissis). Premesso che, in ogni caso, il fabbricato apparteneva in via esclusiva a C.A., l’attrice F.A.. aveva dedotto che tutti i materiali acquistati per realizzare l’immobile non potessero non cadere nella comunione legale e, quindi, vantava il diritto al rimborso di una somma pari alla metà del valore dei materiali stessi e della manodopera impiegati nella realizzazione della costruzione. Tali importi erano stati calcolati da CTU nominato nel giudizio di primo grado.

La Corte d’appello di Salerno ha affermato che “nel caso di specie F.A. non ha fornito alcuna prova di aver contribuito con le proprie risorse alla costruzione dell’edificio, atteso che gli unici atti depositati in primo grado ad ella riferibili (la dichiarazione dei redditi anno (Omissis), la denuncia di successione del (Omissis), la scrittura privata di divisione tra le parti del presente giudizio del (Omissis), la concessione edilizia in sanatoria n. (Omissis) dell'(Omissis)) non consentono di ritenere in alcun modo provato che abbia contribuito alla realizzazione del fabbricato, né in quale misura vi abbia eventualmente partecipato, non essendo documentata alcuna spesa per materiali e manodopera. Da tanto consegue il rigetto della domanda avanzata in primo grado …”.

4. Il primo ed il secondo motivo del ricorso di F.A. denunciano la violazione dell’art. 112 c.p.c. e l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, le prime due censure spiegano che “l’attrice non ha mai agito nei confronti dei coeredi del defunto marito per la ripetizione dell’indebito ex art. 2033 del cod. civ, ovvero non ha mai richiesto a questi ultimi il rimborso di quanto speso, utilizzando proprie risorse, per la realizzazione della costruzione di proprietà esclusiva del marito. Invero, l’attrice ha formulato una domanda diversa, per petitum e causa petendi: la stessa, infatti, ha richiesto ai coeredi del marito il pagamento della metà del valore dei materiali e della manodopera adoperati per tale costruzione, di proprietà esclusiva del de cuius per il principio dell’accessione invertita. Ciò sul presupposto della vigenza del regime di comunione legale dei coniugi all’epoca della costruzione dell’immobile, che comporta … il sorgere al momento dello scioglimento della comunione – coincidente, nel caso di specie con il decesso del marito- del diritto di credito del coniuge non proprietario al rimborso della metà del valore dei materiali e della manodopera incorporati nel bene medesimo, essendo tali beni caduti nella comunione al momento stesso della loro venuta ad esistenza.

Il terzo motivo di ricorso denuncia la violazione dell’art. 132 n. 4 c.p.c. e la nullità della sentenza per motivazione solo apparente.

Il quarto motivo di ricorso denuncia la violazione dell’art. 345 c.p.c. per avere l’appellante contestato solo in secondo grado la domanda della F.A. nel merito, avendo eccepito in primo grado unicamente la prescrizione del credito dell’attrice e la compensazione dello stesso con un altro.

Il quinto ed il sesto motivo di ricorso deducono la violazione o falsa applicazione degli artt. 167, 115 e 116 c.p.c., e degli artt. 2697, 177 comma 1 lettera a), 179, 192 comma 1, 195 ultima parte, 2728 comma 1 e 2729 c.c., affermando che “il diritto di credito della F.A. è stato … provato in primo grado, oltre che dalla documentazione prodotta a suo sostegno, anche dalla non contestazione di tale diritto da parte del convenuto. Difatti … in prime cure il convenuto non ha contestato affatto il presupposto del diritto di credito dell’attrice, che anzi ha ammesso, ma si è difeso, per tutta la durata del giudizio, eccependo solo la prescrizione e la compensazione di tale diritto”. La ricorrente invoca, tra l’altro la “presunzione legale iuris tantum di appartenenza alla comunione dei beni acquistati per la costruzione dell’immobile di proprietà esclusiva del de cuius”, sicché “era il convenuto che aveva l’onere di eccepire e provare in giudizio che i beni suddetti fossero invece personali e/o acquistati dal de cuius con denaro proprio e non rientrassero pertanto nella comunione”.

Il settimo motivo di ricorso allega la violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. per “errata percezione delle prove” e “travisamento delle risultanze processuali”, costituite dai documenti prodotti dall’attrice a riprova della sua domanda”.

L’ottavo motivo di ricorso, infine, proposto in via subordinata, lamenta la violazione o falsa applicazione degli artt. 91 e 92, 2 comma, c.p.c., ratione temporis applicabile, avendo la Corte d’appello “ingiustamente condannato la sig.ra F.A. al pagamento delle spese di lite di primo e secondo grado e delle spese della ctu di prime cure, quando invece sussistevano giusti motivi di compensazione delle stesse, parzialmente o per intero”.

5. I primi sette motivi di ricorso, da esaminare congiuntamente per la loro connessione, sono inammissibili per plurime ragioni.

5.1. La sentenza impugnata contiene le argomentazioni rilevanti per individuare e comprendere le ragioni, in fatto e in diritto, della decisione, e non è perciò affatto “apparente”, consentendo un “effettivo controllo sull’esattezza e sulla logicità del ragionamento del giudice” (cfr. Cass. Sezioni Unite n. 8053 del 2014; n. 22232 del 2016; n. 2767 del 2023).

La Corte d’appello di Salerno ha invero affermato che “nel caso di specie F.A. non ha fornito alcuna prova di aver contribuito con le proprie risorse alla costruzione dell’edificio, atteso che gli unici atti depositati in primo grado ad ella riferibili (la dichiarazione dei redditi anno (Omissis), la denuncia di successione del (Omissis), la scrittura privata di divisione tra le parti del presente giudizio del (Omissis), la concessione edilizia in sanatoria n. 761 dell’11 agosto 1999) non consentono di ritenere in alcun modo provato che abbia contribuito alla realizzazione del fabbricato, né in quale misura vi abbia eventualmente partecipato, non essendo documentata alcuna spesa per materiali e manodopera. Da tanto consegue il rigetto della domanda avanzata in primo grado …”.

La sentenza impugnata ha così deciso la questione di diritto dirimente in conformità al consolidato orientamento di questa Corte e i motivi di ricorso non offrono elementi per modificare tale orientamento (art. 360-bis, n. 1, c.p.c.).

Tale orientamento spiega che il principio generale dell’accessione posto dall’art. 934 c.c. non trova deroga nella disciplina della comunione legale tra coniugi, in quanto l’acquisto della proprietà per accessione avviene a titolo originario senza la necessità di un’apposita manifestazione di volontà, mentre gli acquisti ai quali è applicabile l’art. 177, comma 1, c.c. hanno carattere derivativo, essendone espressamente prevista una genesi di natura negoziale, con la conseguenza che la costruzione realizzata in costanza di matrimonio ed in regime di comunione legale da entrambi i coniugi (anche, come nella specie, nelle ipotesi in cui i coniugi abbiano optato per tale regime ai sensi dell’art. 228 della legge n. 151 del 1975) sul terreno di proprietà personale esclusiva di uno di essi è a sua volta proprietà personale ed esclusiva di quest’ultimo, mentre al coniuge non proprietario, che abbia contribuito all’onere della costruzione spetta, previo assolvimento dell’onere della prova di avere fornito il proprio sostegno economico, il diritto di ripetere nei confronti dell’altro coniuge le somme spese a tal fine, ai sensi dell’art. 2033 c.c. (tra le tante, Cass. n. 28258 del 2019; n. 27412 del 2018; n. 20508 del 2010; n. 7060 del 2004; n. 8585 del 1999; a far tempo tutte da Cass. Sezioni Unite n. 651 del 1996).

A differenza di quanto suppone la ricorrente, il fatto che si assuma che la tutela del coniuge non proprietario del suolo operi non sul piano del diritto reale (nel senso che questi non può vantare alcun diritto di comproprietà, anche superficiaria, sulla costruzione), ma sul piano obbligatorio, nel senso, cioè, che allo stesso compete un diritto di credito relativo alla metà del valore dei materiali e della manodopera impiegati nella costruzione, non significa che funzioni alcuna presunzione, imposta dalla disciplina del diritto di famiglia, di provenienza del danaro impiegato dal coniuge non proprietario. La fattispecie, infatti, resta regolata dalla norme in tema di accessione e rimane estranea all’art. 177 c.c., sicché, con riguardo al diritto di credito del coniuge non può essere riconosciuto alcun automatismo rispetto alla realizzazione dell’opera e la sua dimostrazione non si sottrae all’applicazione delle norme comunemente vigenti in materia di onere della prova: al coniuge non proprietario incombe, cioè, l’onere della prova d’aver fornito il proprio sostegno economico contribuendo all’onere della costruzione.

5.2. I riferimenti alle risultanze probatorie e al principio di non contestazione sono poi inammissibili ex art. 366, comma 1, n. 6, c.p.c., in quanto i motivi non indicano specificamente, illustrandone il contenuto rilevante, gli atti e i documenti del processo nei quali fosse stato allegato che F.A. aveva contribuito all’onere della costruzione e così sostenuto spese a tal fine, ovvero nei quali l’unico convenuto costituito avesse riconosciuto che tali spese erano state sostenute.

6.L’ottavo motivo di ricorso è a sua volta inammissibile, giacché la facoltà di disporre la compensazione tra le parti rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, il quale non è tenuto a dare ragione con una espressa motivazione del mancato uso di tale sua facoltà, con la conseguenza che la pronuncia di condanna alle spese del soccombente, anche se adottata senza prendere in esame l’eventualità di una compensazione, non può essere censurata in cassazione, neppure sotto il profilo della mancanza di motivazione (Cass. Sez. Unite n. 14989 del 2005).

7. Il ricorso deve, pertanto, essere dichiarato inammissibile, non dovendosi regolare le spese processuali perché nessuno degli intimati ha svolto attività difensive.

Sussistono le condizioni per dare atto ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, che ha aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – dell’obbligo di versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione dichiarata inammissibile.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater del D.P.R. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso articolo 13, se dovuto.

Condominio e azione di responsabilità da infiltrazioni prodotte dal lastrico solare.

Nel condominio negli edifici, in caso di azione di responsabilità per danni da infiltrazioni prodotte dal lastrico solare o dal terrazzo di proprietà o di uso esclusivo, si applica l’art. 2051 cod. civ. considerando la posizione del soggetto proprietario o avente l’uso esclusivo ed il rapporto diretto che esso ha con il bene potenzialmente dannoso.

È, inoltre, configurabile una concorrente responsabilità del Condominio, che, in forza degli artt. 1130 cod. civ., comma 1, n. 4 e 1135, comma 1, n. 4, cod. civ. è tenuto a compiere gli atti conservativi e le opere di manutenzione straordinaria relativi alle parti comuni dell’edificio.  

Questa concorrente responsabilità del Condominio è configurabile nel caso in cui l’amministratore ometta di attivare gli obblighi conservativi delle cose comuni ovvero nel caso in cui l’assemblea non adotti le determinazioni di sua competenza in materia di opere di manutenzione straordinaria. (Cassazione civile, Ordinanza 14 dicembre 2023 n. 35027)

Divieto di patti successori e transazione

è nulla per contrasto con il divieto di cui all’art. 458 cod. civ. la transazione con la quale uno dei futuri eredi, quando è ancora in vita il de cuius, rinunci a vantare i diritti, anche quale legittimario, sulla futura successione, ivi incluso il diritto a fare accertare la natura simulata degli atti di disposizione posti in essere dal de cuius in quanto idonei a dissimulare donazione (Cassazione civile, sentenza n. 366 del 5.01.2024)

Caparra confirmatoria, diritto di recesso e principio di esecuzione

La consegna di una somma a titolo di caparra confirmatoria, nell’ambito di un contratto avente ad oggetto un preliminare di vendita immobiliare, implica, in caso d’inadempimento, il diritto di recesso secondo la disciplina dell’articolo 1385 c.c., comma 2, esercitabile dalla parte non inadempiente anche se vi sia stato un principio d’esecuzione, vista l’inapplicabilita’ a tale recesso del disposto dell’articolo 1373 c.c., comma 1, dettato in tema di recesso convenzionale (Cassazione civile Ordinanza 27 novembre 2023 n. 32821)

Beni di consumo e sistema di tutele dell’acquirente

Il sistema di tutele dell’acquirente di beni mobili di consumo e’ incentrato su due livelli: il primo opera sul piano dei rimedi in forma specifica, diretti al conseguimento del ripristino della conformita’ del bene e consistenti nella riparazione e nella sostituzione del bene non conforme; il secondo e’ rappresentato dalle azioni edilizie, di risoluzione del contratto e di riduzione del prezzo. Questi livelli sono in rapporto gerarchico e procedimentalizzato. Il consumatore deve, infatti, domandare il ripristino della conformita’ e solo in via subordinata la risoluzione o la riduzione del prezzo. In questo modo il legislatore ha inteso privilegiare l’ottica manutentiva del contratto in vista della realizzazione dell’interesse del consumatore a conseguire un bene dotato delle caratteristiche e delle qualita’ legittimamente attese, contemperandolo in un’ottica di equilibrio con il diritto del venditore a non subire un obbligo ripristinatorio ove esso lo esponga ad un costo eccessivo.(Cassazione civile, Ordinanza 22.11.2023 nr 32514)

Contratti d’appalto e obbligo del committente di pagare il corrispettivo

Nei contratti di appalto, l’obbligazione del committente di pagare il corrispettivo sorge, in base all’articolo 1665, ultimo comma c.c., solo all’esito dell’accettazione dell’opera (accettazione che, negli appalti di opere pubbliche, puo’ ritenersi avvenuta soltanto all’esito del collaudo dell’opera stessa), a nulla rilevando che, prima di tale momento, l’appaltatore abbia messo a disposizione del committente il risultato della sua prestazione (Cassazione civile, Ordinanza,  22 novembre 2023 n. 32512)

Preliminare ad effetti anticipati: il promissario acquirente è detentore del bene.

Il promissario acquirente di un bene immobile che , in virtu’ di un contratto preliminare di compravendita, da un lato, anticipi in tutto o in parte il pagamento del prezzo e, dall’altro, ottenga l’immediata immissione nel godimento del bene per effetto dell’esecuzione anticipata della consegna della cosa da parte del promittente venditore, non puo’ essere qualificato come possessore in grado di acquisirne la proprieta’ a titolo di usucapione, non avendo egli l’animus possidendi che, essendo uno stato di fatto, non puo’ essere trasferito La consegna del bene e l’anticipato pagamento del prezzo non sono indici della natura definitiva della compravendita, in quanto -qualunque ne sia la giustificazione causale – e’ sempre e solo il contratto definitivo a produrre l’effetto traslativo reale. ( Cassazione civile, ordinanza 24 ottobre 2023 n. 29447)

Denuncia di successione e accettazione tacita dell’eredità

La denuncia di successione non comporta accettazione tacita dell’eredità e, quindi, la prova della qualità di erede. Si tratta, infatti, di un adempimento di contenuto prevalentemente fiscale (una mera notizia all’amministrazione finanziaria), diretto ad evitare l’applicazione di sanzioni, che di per sé non denota in modo univoco la volontà di accettare l’eredità e rientra tra gli atti di natura conservativa e di amministrazione temporanea che il chiamato a succedere può compiere in base ai poteri conferitigli dall’articolo 460 del codice civile. (Cassazione civile Ordinanza 21.07. 2023 n. 21901

Cassazione civile Ordinanza 21.07.2023 n. 21901

Cassazione civile Ordinanza 21.07.2023 n. 21901.

(…omissis…)

FATTI DI CAUSA

Con sentenza n. 68/2008 del 15/28.2.2008 il Tribunale di Vibo Valentia, acquisiti documenti ed espletata prova testimoniale, respingeva la domanda di (OMISSIS), (E ALTRI OMISSIS)

Avverso la sentenza di primo grado proponevano appello alla Corte d’Appello di Catanzaro le attrici del primo grado, contrastate dalla Banca (OMISSIS) S.P.A., lamentando col primo motivo che non fossero stati opportunamente valorizzati i troppi errori commessi dalla Banca (OMISSIS) S.P.A., che aveva avviato la procedura di ammortamento del titolo, recapitato gli estratti conto bancari e consegnato loro copia del libretto di deposito nominativo n. (OMISSIS) e che non fosse stato considerato che il loro dante causa era regolarmente destinatario di tutte le relazioni previste dalla legge per i titolari di posizioni economiche presso l’Istituto, nel quale si recava per le operazioni bancarie; col secondo motivo che era erronea e carente la motivazione della sentenza di primo grado in ordine all’errore imputabile alla banca dovendosi ritenere che la non corrispondenza dell’intestazione del libretto di deposito nominativo n. (OMISSIS) ai dati del loro dante causa fosse imputabile ad errore della banca stessa; col terzo motivo che il Tribunale di Vibo Valentia aveva ritenuto di non provvedere sulle eccezioni sollevate dalle attrici sulla base di un precostituito convincimento errando nell’interpretazione dell’onere probatorio.

Con la sentenza n. 1124/2018 del 5.6.2018 la Corte d’Appello di Catanzaro respingeva l’appello e condannava le appellanti alle spese processuali di secondo grado, rilevando che le stesse, non solo non avevano fornito la prova neppure in secondo grado della loro qualita’ di eredi del (OMISSIS) nato a (OMISSIS), ma a fronte della prova offerta dalla Banca (OMISSIS) S.P.A. dell’intestazione del libretto nominativo di risparmio n. (OMISSIS) a (OMISSIS) nato a (OMISSIS), non avevano neppure allegato di essere eredi di quest’ultimo.

Avverso la menzionata sentenza di secondo grado, a loro notificata l’11.6.2018, hanno proposto ricorso alla Suprema Corte le eredi di (OMISSIS) (nato a (OMISSIS)), con atto notificato il 20.6.2018, affidandosi a due motivi, ed ha resistito l’ (OMISSIS) S.P.A., che ha incorporato la Banca (OMISSIS) S.P.A. con atto di fusione del notaio (OMISSIS) di Brescia del 2.2.2017, rep. n. (OMISSIS), racc. n. (OMISSIS), con controricorso notificato il 18.7.2018.

In prossimita’ dell’adunanza camerale la controricorrente ha curato anche il deposito di memoria ex articolo 380 bis.1 c.p.c..

RAGIONI DELLA DECISIONE

Col primo motivo le ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione dell’articolo 533 c.c. (relativo all’azione di petizione ereditaria) e articolo 1777 c.c. (relativo alla restituzione della cosa depositata) in quanto assumono che la loro qualita’ di eredi di (OMISSIS), nato a (OMISSIS), risultava dagli atti processuali ed in particolare dalla denuncia di successione, atto di natura fiscale che andava presentato all’Agenzia delle Entrate entro un anno dal decesso e nel quale i dichiaranti, secondo la giurisprudenza penale, avevano l’obbligo di dichiarare il vero per non incorrere nel reato dell’articolo 483 c.p. e che assumeva quindi valore di atto pubblico ex articolo 2699 c.c..

L’impugnata sentenza ha respinto l’azione delle pretese eredi di (OMISSIS) nato a ( Omissis) il 6.11.1913 di accertamento del loro diritto a percepire la somma di Euro 9.283,87, che risultava depositata alla data del 21.1.2002 sul libretto di deposito nominativo n. (OMISSIS) della Banca (OMISSIS) S.P.A., sia in quanto le stesse non avevano fornito adeguata prova di tale loro qualita’, sia in quanto era documentalmente provato che il suddetto libretto nominativo risultava intestato non al dante causa delle attrici indicato in citazione, (OMISSIS) nato a (OMISSIS), ma a (OMISSIS) nato a (OMISSIS).

Il primo motivo e’ infondato.

Per giurisprudenza consolidata della Suprema Corte la denuncia di successione non importa accettazione tacita dell’eredita’, e quindi la prova della qualita’ di erede, trattandosi di un adempimento di contenuto prevalentemente fiscale (una mera notizia all’amministrazione finanziaria), diretto ad evitare l’applicazione di sanzioni, che di per se’ non denota in modo univoco la volonta’ di accettare l’eredita’ e rientra tra gli atti di natura conservativa e di amministrazione temporanea che il chiamato a succedere puo’ compiere in base ai poteri conferitigli dall’articolo 460 c.c. (vedi in tal senso Cass. 2.2.2023 n. 3214; Cass. 26.11.2021 n. 36767; Cass. n. 19478 del 2014), ne’ non sono stati prodotti certificati di stato di famiglia, o storici di residenza per dimostrare il rapporto parentale tra le attrici e (OMISSIS), nato a (OMISSIS).

A cio’ va aggiunto che le ricorrenti non hanno mai sostenuto di essere eredi di (OMISSIS) nato a (OMISSIS), che e’ risultato essere l’intestatario del libretto di deposito nominativo n. (OMISSIS) acceso presso la Banca (OMISSIS) S.P.A., limitandosi ad ipotizzare che quest’ultima avrebbe errato nell’intestarlo al predetto anziche’ al loro preteso dante causa, (OMISSIS), nato a (OMISSIS), senza neppure spiegare in quali termini e per quali ragioni un siffatto errore sarebbe stato commesso.

Col secondo motivo le ricorrenti lamentano la violazione e la falsa applicazione dell’articolo 1992 c.c. (relativo al diritto del possessore del titolo di credito alla prestazione in esso indicata dietro presentazione del titolo stesso purche’ legittimato nelle forme prescritte) e seguenti, in quanto la Corte d’Appello di Catanzaro non avrebbe considerato che le eredi erano in possesso del libretto nominativo di risparmio originale, sottratto dall’istituto bancario, che ne aveva rilasciato un duplicato, adagiandosi solo sulla carenza del titolo di eredi del (OMISSIS) nato a (OMISSIS).

La infondatezza del primo motivo determina l’assorbimento improprio dell’ulteriore motivo, vertendo il medesimi su profili il cui esame postulava l’accoglimento del primo mezzo, implicando il medesimo l’avvenuto positivo accertamento della qualita’ di eredi delle ricorrenti.

Infatti, una volta confermata la mancanza di prova della qualita’ delle originarie attrici di eredi di (OMISSIS) (nato a (OMISSIS)) ed a maggior ragione di eredi del (OMISSIS) nato a (OMISSIS), l’unico risultato intestatario del libretto di deposito nominativo n. (OMISSIS) della Banca (OMISSIS) S.P.A., l’esame del secondo motivo risulta superfluo, tanto piu’ che l’invocato articolo 1992 c.c. relativo alla cosiddetta astrattezza, ossia alla legittimazione cartolare del presentatore del titolo di credito a far valere il diritto alla prestazione incorporata nel titolo a prescindere dalla prova del rapporto sottostante, non si applica ai libretti di deposito nominativo, che appartengono alla specie dei documenti di legittimazione ex articolo 2002 c.c. e non hanno invece natura di titoli di credito, per cui sono sottratti alla disciplina del titolo V del libro IV del codice civile, che comprende anche l’articolo 1992 c.c. e seguenti (vedi Cass. 13 maggio 2020, n. 8877; Cass. 15 luglio 1987, n. 6242; Cass. 9 febbraio 1981, n. 798), sicche’ senza la prova della qualita’ di eredi dell’intestatario del libretto non sarebbe comunque invocabile un’autonoma legittimazione delle originarie attrici basata sul solo possesso del duplicato del libretto di risparmio nominativo rilasciato loro dalla banca. Conclusivamente, il ricorso va rigettato.

In base al principio della soccombenza, le ricorrenti vanno condannate in solido al pagamento delle spese processuali del giudizio di legittimita’ in favore della (OMISSIS) S.P.A..

Occorre dare atto che sussistono i presupposti processuali di cui al Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1-quater per l’imposizione di un ulteriore contributo unificato a carico delle ricorrenti, se dovuto.